Artisti e letterati
Candreva Carmelo,
nacque a San Giacomo di Cerzeto nel 1931 da famiglia di contadini. Dopo aver conseguito la licenza elementare, sospese per alcuni anni lo studio, dandosi, per necessità familiari, alla pastorizia. All’età di 18 anni riprese gli studi, conseguendo in poco tempo il Diploma Magistrale.
Divenuto insegnante elementare, si sforzò affinché fosse portata avanti una strenua lotta contro l’analfabetismo tra gli adulti della sua comunità, lotta intesa come processo di crescita democratica e sociale. A tale scopo istituì il Centro di Cultura Popolare che si prefiggeva, appunto, l’acculturamento delle fasce sociali adulte meno fortunate.
Cominciò una lunga collaborazione con istituti scientifici nazionali ed esteri e divenne, in pochi anni, riferimento internazionale negli studi di albanologia e nell’educazione scolastica portata all’interno delle comunità arbëresh.
La sua attività di ricercatore lo portò anche a scoprire alcuni manoscritti inediti del letterato ottocentesco arbëresh Francesco Antonio Santori, prete di San Giacomo.
Con la costituzione del L.E.P. (Laboratorio d’Educazione Permanente), fu chiamato a ricoprire la carica di segretario; investì anche la carica di segretario generale dell’I.S.P.R.E (Istituto per lo sviluppo della programmazione e della ricerca educativa).
Nel 1976 fu chiamato a far parte di una èquipe di pedagoghi presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’università della Calabria. La sua attività sconfinò anche nell’arte e fu stimato poeta in lingua albanese.
Pubblicò tre raccolte poetiche, alcuni studi d’albanologia ed altri sulla didattica dell’insegnamento nelle scuole elementari delle comunità arbëresh.
L’Accademia delle Scienze d’Albania gli ha reso omaggio pubblicando una selezione delle sue più importanti opere poetiche. Molti altri lavori sono rimasti, fino ad oggi, inediti.
Un improvviso male incurabile lo portò alla morte in brevissimo tempo. Si è spento a Cosenza il 20 giugno 1982.
Candreva Francesco,
nacque a San Giacomo di Cerzeto, attento studioso della cultura orale degli albanesi di Calabria , raccolse numerosi canti popolari e fu autore dell’opera “Canzoni guerriere di donne albanesi”( Napoli 1837) nella quale, all’uso dei rapsodi greci, raccontò le gesta degli eroi classici e moderni protagonisti dei canti di guerra che le donne, attorno al focolare, intonavano aspettando il ritorno degli eroi dalla battaglia.
Castiglia Raffaele,
nato a Cerzeto il 2 maggio 1947. Studiò nelle migliori scuole cosentine, si trasferì a Firenze e conseguì il diploma di scultura presso l’Accademia di Belle Arti. Dopo una breve esperienza nella stessa Accademia fiorentina, tornò a Cerzeto dove aprì il suo laboratorio.
Apprezzato pittore e scultore, ha esposto nelle più importanti gallerie d’Italia riscuotendo notevole successo di pubblico e di critica e molte sue sculture abbelliscono numerose piazze.
Docente di discipline plastiche, vive ed opera a Cerzeto.
nacque a Cerzeto nel 1937, laureato in Lettere Moderne con il massimo dei voti, come tesi di laurea elaborò un lavoro di ricerca storica sulla partecipazione degli italo-albanesi ai movimenti culturali e politici del Risorgimento in Calabria.
Rappresenta una delle figure più insigni e poliedriche della storia contemporanea di Cerzeto. Viene ricordato come una persona semplice ma di grande elevazione culturale, con un grande spirito di creatività e ingegno, profondamente legato al suo paese e ai suoi cittadini vicino ai problemi di tutti; pronto sempre a risolvere con ottimismo qualunque tipo di vicissitudine, noto come il “Sindaco di tutti” amava intrattenersi fra i giovani e meno, discorrendo con tutti con disponibilità e umiltà. Purtroppo è venuto a mancare improvvisamente nel marzo 2004, lasciando alla comunità un vuoto incolmabile.
Le sue aree di interesse culturale sono state molteplici principalmente volte al settore della scienza dell’informazione e della comunicazione, innovazione dei sistemi di istruzione superiore, didattica multimediale e teledidattica.
Nel corso delle attività professionali e didattiche, ha prodotto numerosi contributi scientifici e tecnici, pubblicati in volumi e riviste scientifiche nazionali e internazionali. Inoltre ha dato un grande contributo nell’ambito culturale e politico sia nel territorio di Cerzeto che fuori, arrivando fino a Bruxelles con una rappresentanza di sindaci Arbëresh per la tutela e la valorizzazione della lingua, della cultura e delle tradizioni italo-albanesi.
Ideatore promotore e primo segretario dell’UCIA- Unione delle Comunità Italo-Albanesi.
Socio fondatore dell’Associazione Culturale Insieme- Bashkë di Cerzeto, autore di una raccolta di poesie in Arbëresh ancora inedite.
Fra le attività professionali ricordiamo:
Insegnante nelle scuole pubbliche dal 1959 al 1972.
Amministratore unico e Direttore tecnico- scientifico della Società Informez Sistemi 1996 CUD.
Direttore generale e Amministratore Delegato dal 1987 al 1996 CRAI- Dirigente prima, poi Direttore Generale dal 1980 al 1987.
Formez- Funzionario tecnico e ricercatore dal 1972 al 1979.
Fra gli incarichi si annoverano:
Professore di “Teoria e Tecniche dei nuovi Media” presso il corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università di Salerno.
Componente della commissione ministeriale di studio per l’Università a Distanza.
Componente del comitato per la formazione a distanza per il personale della pubblica Amministrazione.
Componente del comitato Direttivo dell’EADTU- Europaen Associations Distance Teaching Univerities di Bruxelles.
Componente del comitato tecnico Scientifico del Programma 1990-93 POP Calabria Ricerca Scientifica.
Sindaco del Comune di Cerzeto dal 1975 al 1982 e dal 2002 al 2004.
Mantovani Richelmo,
conosciuto con lo pseudonimo di Richelmo da Cerzeto è nato a Cerzeto nel 1895 da famiglia agiata. Dopo aver frequentato le scuole primarie nel proprio paese si trasferì ad Assisi presso un collegio retto dai frati francescani. Qui compì gli studi superiori, conseguendo il diploma di geometra. Agli studi tecnici affiancò sempre quelli per i classici della letteratura dilettandosi, fin da giovane, nella composizione letteraria e nella pittura.
Durante la I Guerra Mondiale, appena conseguito il diploma di geometra, fu chiamato nell’esercito dove ricevette il grado di tenente e dove si distinse in molte operazioni rischiose sul Carso. Alla fine di questo triste periodo decise di rimanere nell’esercito e fu trasferito a Torino dove ricoprì incarichi sia come ufficiale istruttore, sia come tecnico tipografo.
Nella capitale sabauda conobbe la giovane e bella Scaccheri che, poco tempo dopo, divenne sua moglie.
Allo scoppio della II Guerra Mondiale fu mandato sul fronte africano, da qui in Grecia e, infine, in Russia. Alla fine del conflitto raggiunse i fratelli emigrati in Argentina. Qui si dedicò per molti anni alla produzione letteraria (importante è l’opera “La Calabria”) ed alla pittura, ottenendo vasti consensi di critica e di pubblico.
Fissò la sua residenza a Buenos Aires, dove risiedevano i suoi parenti e molti compaesani, e successivamente si trasferì nella città di Mendoza. Vinto dalla malinconia, nel 1967 decise di tornare a Cerzeto per trascorrervi, come lui stesso solitamente diceva, gli ultimi anni di vita in piena serenità. Qui continuò la sua produzione artistica che lo fece affermare come pittore naturalista.
Il 27 febbraio 1977, cessò di vivere. Per suo volere la salma fu portata nel cimitero di Castelnuovo Scrivia, in provincia di Alessandria, accanto alla tomba della moglie.
L’opera artistica di Richelmo da Cerzeto ebbe unanime giudizio di critica, sia in Italia che all’estero. La sua arte, legata al naturalismo, è impregnata di una dolorosa nostalgia per i luoghi dei suoi soggiorni, e per le tragedie della sua vita.
Notevole fu la produzione dei paesaggi carsici che lui frequentemente ricordava dove, pur non presente, aleggiava la tragedia della guerra.
Melicchio Eva,
nata a Cavallerizzo, frazione di Cerzeto, il 18 marzo 1931, è unanimemente riconosciuta come una delle massime firme nella tessitura artistica Arbëreshe. Appassionata fin da piccola per questa forma di arte, ha saputo recuperare tra le anziane donne della sua comunità tutti i segreti della colorazione vegetale, dei filati “poveri” e dei disegni risalenti, per la maggior parte, al XV secolo.
Con la sua arte ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Ha ottenuto riconoscimenti ed attestati anche dai Presidenti della Repubblica Gronchi e Saragat. Invitata ad esporre in moltissime manifestazioni, ha anche insegnato le tecniche della tessitura arbëresh in moltissime scuole professionali della Provincia di Cosenza.
Petrassi Luigi,
nacque a Cerzeto, da nobile famiglia. Avviato agli studi legali a Napoli, la cagionevole salute gli impedì di proseguire. Si ritirò a Cerzeto, dove fu un attento raccoglitore delle tradizioni popolari e traduttore in albanese delle maggiori opere del romanticismo italiano. A lui, infatti, si deve sia un’antologia di canti, fiabe e detti popolari, sia la traduzione in albanese dei “ Sepolcri” di Ugo Foscolo (andati perduti, ma che certamente si trovano in possesso di alcuni discenti trasferitisi decenni addietro in Canada).
Nel carteggio epistolare con il De Rada, si apprende che stava portando a termine la traduzione di alcune opere di Byron, una raccolta completa di canti popolari di Cerzeto, la trascrizione della leggenda popolare “Costantino il Piccolo” nella versione di Cerzeto, nonché di aver terminato due poemetti in lingua albanese, il primo dal titolo Vash shkon për lule pasi bie dielli” (La ragazza che raccoglie i fiori dopo il tramonto),e “Haj buk Skanderbeku” (Il pranzo di Skanderbeg).
Viene inoltre ricordato per aver raccolto il canto popolare “Oj e bukura More” (Mia bella Morea), divenuto l’inno di tutti gli albanesi d’Italia.
Di tutta la sua produzione si è persa ogni traccia ed oggi restano solo riferimenti bibliografici riportati, per la maggior parte, dal De Rada.
Impegnato politicamente a favore del popolo, ridotto alla miseria dal governo borbonico, fu tra i giovani attivisti anarchici.
Giovanissimo, pur se avviato a brillante carriera come poeta e letterato albanese, morì improvvisamente il 31 dicembre del 1842, lasciando ai familiari ed alla cultura albanese un grande vuoto. Di lui fece uno splendido necrologio il vate arbëresh Gerolamo De Rada, il quale, sulla rivista ottocentesca cosentina “Il Calabrese”, così annunciò la sua morte: “Nell’ultimo giorno del 1842 è morto in Cerzeto villaggio albanese Luigi Petrassi. S’egli è vero che la fede nella virtù e la costanza nel culto della medesima formino la nota distintiva de’ popoli civili in opposizione alle velleità della barbarie, la Calabria ha perduto in esso uno dei pochi giovani di cui più s’onori. A me combattuto da tristi vicende la morte di lui ha rivelato quasi un mondo di pene, che a sé tutto mi volse. Ed io vado ora ritraendo in poesie fuggitive albanesi a comporre un’aggiunta a canti di Milosao. Se questa che metto in luce tradotta, e ch’è prima di esse, fia riguardata come segno dell’amore che lega nel bene noi tutti ovunque siamo, sarò compensato del mio dolore. Non dubito poi che lieto arrivi ai mani dell’amico un verso qualunque in quel gentile idioma ch’è parlato dalla sua patria superstite, e ch’egli stidiossi a far crescere in bella pianta nell’ospitale suolo dell’Italia.”
di Cavallerizzo di Cerzeto, nacque il 29 agosto 1844, da nobile e ricca famiglia. Avviato fin da giovanissimo agli studi classici, dimostrò grandi capacità nello scrivere e nell’eloquio. Allievo prediletto di Vincenzo Padula nel liceo di San Marco Argentano, tra il 1861 e il 1862 fu anche allievo di Alfonso Marchianò nella scuola umanistica fondata da Francesco De Sanctis a Cervicati.
Successivamente si trasferì a Cosenza per frequentarvi la scuola di chimica e fisica retta dal professor Benedetto Vitelli e l’anno dopo, andò a Napoli a frequentarvi la facoltà di medicina e chirurgia, conseguendo la laurea a pieni voti e in soli quattro anni, guadagnandosi la stima dei docenti e dei colleghi.
Avviato ad una splendida carriera nella città partenopea, preferì tornare nel proprio villaggio, occupandosi prevalentemente della cura dei più bisognosi e richiesto dalle famiglie più ricche del circondario.
D’indole riservata, era stato educato agli ideali progressisti dal padre, dai fratelli maggiori e dagli zii che, nel 1848, avevano partecipato ai moti rivoluzionari per l’ Unità d’Italia e che si erano distinti tra le camicie rosse di Garibaldi nel 1860.
Partecipò a numerose battaglie per far si che le contrade montane della provincia di Cosenza avessero dignità e parità con le altre d’Italia ed accusava apertamente la monarchia sabauda di aver abbandonato il meridione d’Italia al proprio miserevole destino. Repubblicano convinto fondò, assieme a Silvio Mayerà di Cerzeto, un cenobio intellettuale di ispirazione massonica affinché gli ideali della libertà e dell’uguaglianza tra gli uomini fossero di pubblico dominio.
Ammalatosi improvvisamente di tumore, dopo alcuni mesi di sofferenza morì a Cavallerizzzo nella sera dell’8 dicembre 1892.
Santori Francesco Antonio,
nacque a Santa Caterina Albanese nel 1819 e morì a San Giacomo di Cerzeto nel 1894. Di famiglia poverissima, prese i voti monastici e abbandonò il nome di battesimo Paolo, per prendere quello di Francesco nell’ordine dei francescani.
Attento studioso degli uomini e degli eventi del suo tempo, fonte permanente dell' ispirazione delle sue maggiori opere letterarie.
Costruì alcuni oggetti di uso comune (come la spoletta del telaio e un arcolaio a canne multiple), che andava vendendo tra le famiglie arbëresh, spingendosi fino a Spezzano Albanese e a San Demetrio Corone.
Il vescovo di San Marco Argentano, gli affidò la parrocchia di San Giacomo di Cerzeto. Qui compose la maggior parte delle sue opere (rimaste in buona parte inedite). Egli traeva ispirazione direttamente dal popolo, dal quale raccoglieva gli spunti poetici e le storie, per poi renderle più artistiche ed imporre ai giovani che le imparassero a memoria.
Il Santori fu uno dei più poliedrici artisti della cultura ottocentesca arbëresh. Inventore di un proprio alfabeto, scrisse le sue opere in lingua albanese e fu stimato dalla critica come padre delle nuove correnti naturalistiche - romantiche. A lui si deve il primo romanzo in lingua albanese ed il primo dramma.
Le sue opere sono: “L’Emira”, dramma; “Il Canzoniere albanese”, raccolta di canti popolare;” Alessio Dukagjino”m melodramma; “Kolluqi e Serafina”, romanzo in lirica; “Fillaredhi, Zarja e Millja”,romanzo in lirica ; Milloshini, Virgjnia e Kusari”, romanzo in lirica; “Il prigioniero politico”, saggio-storico; “Valles e hares e madhe”, romanzo; “Familia Pushteriote”, novella drammatica.
Stamile Carmine,
nacque a San Giacomo di Cerzeto il 16 luglio del 1933, da Giuseppe e Maria Elvira Sarro. Dopo la scuola elementare ha abbandonato gli studi per frequentare la bottega di falegname del padre. All’età di 17 anni, aiutato dal prete del paese, don Edmondo Stabene, riprende gli studi e nel 1957 consegue la maturità magistrale.
Nel 1960 assieme all’amico d’infanzia Carmelo Candreva fonda il centro di cultura Popolare, operando per l’alfabetizzazione degli adulti, oppressi da un endemico analfabetismo e, per la maggior parte, monolingui albanesi. Nel 1964 vince il concorso magistrale e incomincia ad insegnare nelle scuole elementari. L’amore per la propria cultura lo ha spinto a inserire, tra le materie d’insegnamento, anche la cultura e la lingua albanese.
Nel 1971 ha raccolto dalla voce popolare e, successivamente pubblicato, l’opera “Kënga e Shën Gjergjit” (Il Canto di San Giorgio), attribuito al Variboba. Assieme al compianto Carmelo Candreva ha pubblicato l’opera “Sperimentazione didattica in ambiente bilingue arbëresh”, frutto di anni di lavoro nella scuola elementare di San Giacomo.
Nel 1985 ha curato la traslitterazione e l’analisi critica dell’opera di Francesco Antonio Santori “I tre Romanzetti: Coluccio e Serafina; Filaredo, Rosaria e Emilia; Miloscini, Virginia, Guido e il Ladrone”, assieme ai colleghi Italo Costante Fortino e Ernesto Tocci.
Ha collaborato con l’A.I.A.D.I. (Associazione insegnanti albanesi d’Italia) per la realizzazione del volume Alfabetizzazione Arbëreshë. Inoltre, da anni sta portando avanti il progetto per la creazione di un museo delle tradizioni popolari di San Giacomo di Cerzeto.
di San Giacomo di Cerzeto, nacque nel 1820. Intimo amico di Gerolamo De Rada, con il quale divenne compare, e di Francesco Antonio Santori che, in qualità di amministratore comunale, volle come prete a San Giacomo.
Lo Stamile fu uno degli intellettuali più freschi dell’epoca, capace di sostenere le cause politiche in difesa dei più deboli e per il miglioramento delle condizioni economiche della sua gente.
Attivo sotto il profilo letterario, ebbe una grande corrispondenza con la contessa austriaca Knorr, alla quale spesso faceva leggere i suoi scritti per un giudizio critico.
Per le sue idee liberali e riformatrici fu arrestato nel 1848, sospettato dalla polizia borbonica di appartenere ai circoli carbonari della provincia.
La sua avventura politica ispirò l’opera del Santori “Il prigioniero Politico” ed una lunga lettera del De Rada dove si esprimeva un parere sulla condizione politica del regno. Pubblicò anche un foglio letterario che ebbe una diffusione locale e di cui oggi non si ha più traccia, così come tutta la sua opera.
nacque a San Giacomo di Cerzeto nel 1931 da famiglia di contadini. Dopo aver conseguito la licenza elementare, sospese per alcuni anni lo studio, dandosi, per necessità familiari, alla pastorizia. All’età di 18 anni riprese gli studi, conseguendo in poco tempo il Diploma Magistrale.
Divenuto insegnante elementare, si sforzò affinché fosse portata avanti una strenua lotta contro l’analfabetismo tra gli adulti della sua comunità, lotta intesa come processo di crescita democratica e sociale. A tale scopo istituì il Centro di Cultura Popolare che si prefiggeva, appunto, l’acculturamento delle fasce sociali adulte meno fortunate.
Cominciò una lunga collaborazione con istituti scientifici nazionali ed esteri e divenne, in pochi anni, riferimento internazionale negli studi di albanologia e nell’educazione scolastica portata all’interno delle comunità arbëresh.
La sua attività di ricercatore lo portò anche a scoprire alcuni manoscritti inediti del letterato ottocentesco arbëresh Francesco Antonio Santori, prete di San Giacomo.
Con la costituzione del L.E.P. (Laboratorio d’Educazione Permanente), fu chiamato a ricoprire la carica di segretario; investì anche la carica di segretario generale dell’I.S.P.R.E (Istituto per lo sviluppo della programmazione e della ricerca educativa).
Nel 1976 fu chiamato a far parte di una èquipe di pedagoghi presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’università della Calabria. La sua attività sconfinò anche nell’arte e fu stimato poeta in lingua albanese.
Pubblicò tre raccolte poetiche, alcuni studi d’albanologia ed altri sulla didattica dell’insegnamento nelle scuole elementari delle comunità arbëresh.
L’Accademia delle Scienze d’Albania gli ha reso omaggio pubblicando una selezione delle sue più importanti opere poetiche. Molti altri lavori sono rimasti, fino ad oggi, inediti.
Un improvviso male incurabile lo portò alla morte in brevissimo tempo. Si è spento a Cosenza il 20 giugno 1982.
Candreva Francesco,
nacque a San Giacomo di Cerzeto, attento studioso della cultura orale degli albanesi di Calabria , raccolse numerosi canti popolari e fu autore dell’opera “Canzoni guerriere di donne albanesi”( Napoli 1837) nella quale, all’uso dei rapsodi greci, raccontò le gesta degli eroi classici e moderni protagonisti dei canti di guerra che le donne, attorno al focolare, intonavano aspettando il ritorno degli eroi dalla battaglia.
Castiglia Raffaele,
nato a Cerzeto il 2 maggio 1947. Studiò nelle migliori scuole cosentine, si trasferì a Firenze e conseguì il diploma di scultura presso l’Accademia di Belle Arti. Dopo una breve esperienza nella stessa Accademia fiorentina, tornò a Cerzeto dove aprì il suo laboratorio.
Apprezzato pittore e scultore, ha esposto nelle più importanti gallerie d’Italia riscuotendo notevole successo di pubblico e di critica e molte sue sculture abbelliscono numerose piazze.
Docente di discipline plastiche, vive ed opera a Cerzeto.
Lata Francesco Natalino,
nacque a Cerzeto nel 1937, laureato in Lettere Moderne con il massimo dei voti, come tesi di laurea elaborò un lavoro di ricerca storica sulla partecipazione degli italo-albanesi ai movimenti culturali e politici del Risorgimento in Calabria.
Rappresenta una delle figure più insigni e poliedriche della storia contemporanea di Cerzeto. Viene ricordato come una persona semplice ma di grande elevazione culturale, con un grande spirito di creatività e ingegno, profondamente legato al suo paese e ai suoi cittadini vicino ai problemi di tutti; pronto sempre a risolvere con ottimismo qualunque tipo di vicissitudine, noto come il “Sindaco di tutti” amava intrattenersi fra i giovani e meno, discorrendo con tutti con disponibilità e umiltà. Purtroppo è venuto a mancare improvvisamente nel marzo 2004, lasciando alla comunità un vuoto incolmabile.
Le sue aree di interesse culturale sono state molteplici principalmente volte al settore della scienza dell’informazione e della comunicazione, innovazione dei sistemi di istruzione superiore, didattica multimediale e teledidattica.
Nel corso delle attività professionali e didattiche, ha prodotto numerosi contributi scientifici e tecnici, pubblicati in volumi e riviste scientifiche nazionali e internazionali. Inoltre ha dato un grande contributo nell’ambito culturale e politico sia nel territorio di Cerzeto che fuori, arrivando fino a Bruxelles con una rappresentanza di sindaci Arbëresh per la tutela e la valorizzazione della lingua, della cultura e delle tradizioni italo-albanesi.
Ideatore promotore e primo segretario dell’UCIA- Unione delle Comunità Italo-Albanesi.
Socio fondatore dell’Associazione Culturale Insieme- Bashkë di Cerzeto, autore di una raccolta di poesie in Arbëresh ancora inedite.
Fra le attività professionali ricordiamo:
Insegnante nelle scuole pubbliche dal 1959 al 1972.
Amministratore unico e Direttore tecnico- scientifico della Società Informez Sistemi 1996 CUD.
Direttore generale e Amministratore Delegato dal 1987 al 1996 CRAI- Dirigente prima, poi Direttore Generale dal 1980 al 1987.
Formez- Funzionario tecnico e ricercatore dal 1972 al 1979.
Fra gli incarichi si annoverano:
Professore di “Teoria e Tecniche dei nuovi Media” presso il corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università di Salerno.
Componente della commissione ministeriale di studio per l’Università a Distanza.
Componente del comitato per la formazione a distanza per il personale della pubblica Amministrazione.
Componente del comitato Direttivo dell’EADTU- Europaen Associations Distance Teaching Univerities di Bruxelles.
Componente del comitato tecnico Scientifico del Programma 1990-93 POP Calabria Ricerca Scientifica.
Sindaco del Comune di Cerzeto dal 1975 al 1982 e dal 2002 al 2004.
Mantovani Richelmo,
conosciuto con lo pseudonimo di Richelmo da Cerzeto è nato a Cerzeto nel 1895 da famiglia agiata. Dopo aver frequentato le scuole primarie nel proprio paese si trasferì ad Assisi presso un collegio retto dai frati francescani. Qui compì gli studi superiori, conseguendo il diploma di geometra. Agli studi tecnici affiancò sempre quelli per i classici della letteratura dilettandosi, fin da giovane, nella composizione letteraria e nella pittura.
Durante la I Guerra Mondiale, appena conseguito il diploma di geometra, fu chiamato nell’esercito dove ricevette il grado di tenente e dove si distinse in molte operazioni rischiose sul Carso. Alla fine di questo triste periodo decise di rimanere nell’esercito e fu trasferito a Torino dove ricoprì incarichi sia come ufficiale istruttore, sia come tecnico tipografo.
Nella capitale sabauda conobbe la giovane e bella Scaccheri che, poco tempo dopo, divenne sua moglie.
Allo scoppio della II Guerra Mondiale fu mandato sul fronte africano, da qui in Grecia e, infine, in Russia. Alla fine del conflitto raggiunse i fratelli emigrati in Argentina. Qui si dedicò per molti anni alla produzione letteraria (importante è l’opera “La Calabria”) ed alla pittura, ottenendo vasti consensi di critica e di pubblico.
Fissò la sua residenza a Buenos Aires, dove risiedevano i suoi parenti e molti compaesani, e successivamente si trasferì nella città di Mendoza. Vinto dalla malinconia, nel 1967 decise di tornare a Cerzeto per trascorrervi, come lui stesso solitamente diceva, gli ultimi anni di vita in piena serenità. Qui continuò la sua produzione artistica che lo fece affermare come pittore naturalista.
Il 27 febbraio 1977, cessò di vivere. Per suo volere la salma fu portata nel cimitero di Castelnuovo Scrivia, in provincia di Alessandria, accanto alla tomba della moglie.
L’opera artistica di Richelmo da Cerzeto ebbe unanime giudizio di critica, sia in Italia che all’estero. La sua arte, legata al naturalismo, è impregnata di una dolorosa nostalgia per i luoghi dei suoi soggiorni, e per le tragedie della sua vita.
Notevole fu la produzione dei paesaggi carsici che lui frequentemente ricordava dove, pur non presente, aleggiava la tragedia della guerra.
Melicchio Eva,
nata a Cavallerizzo, frazione di Cerzeto, il 18 marzo 1931, è unanimemente riconosciuta come una delle massime firme nella tessitura artistica Arbëreshe. Appassionata fin da piccola per questa forma di arte, ha saputo recuperare tra le anziane donne della sua comunità tutti i segreti della colorazione vegetale, dei filati “poveri” e dei disegni risalenti, per la maggior parte, al XV secolo.
Con la sua arte ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Ha ottenuto riconoscimenti ed attestati anche dai Presidenti della Repubblica Gronchi e Saragat. Invitata ad esporre in moltissime manifestazioni, ha anche insegnato le tecniche della tessitura arbëresh in moltissime scuole professionali della Provincia di Cosenza.
Petrassi Luigi,
nacque a Cerzeto, da nobile famiglia. Avviato agli studi legali a Napoli, la cagionevole salute gli impedì di proseguire. Si ritirò a Cerzeto, dove fu un attento raccoglitore delle tradizioni popolari e traduttore in albanese delle maggiori opere del romanticismo italiano. A lui, infatti, si deve sia un’antologia di canti, fiabe e detti popolari, sia la traduzione in albanese dei “ Sepolcri” di Ugo Foscolo (andati perduti, ma che certamente si trovano in possesso di alcuni discenti trasferitisi decenni addietro in Canada).
Nel carteggio epistolare con il De Rada, si apprende che stava portando a termine la traduzione di alcune opere di Byron, una raccolta completa di canti popolari di Cerzeto, la trascrizione della leggenda popolare “Costantino il Piccolo” nella versione di Cerzeto, nonché di aver terminato due poemetti in lingua albanese, il primo dal titolo Vash shkon për lule pasi bie dielli” (La ragazza che raccoglie i fiori dopo il tramonto),e “Haj buk Skanderbeku” (Il pranzo di Skanderbeg).
Viene inoltre ricordato per aver raccolto il canto popolare “Oj e bukura More” (Mia bella Morea), divenuto l’inno di tutti gli albanesi d’Italia.
Di tutta la sua produzione si è persa ogni traccia ed oggi restano solo riferimenti bibliografici riportati, per la maggior parte, dal De Rada.
Impegnato politicamente a favore del popolo, ridotto alla miseria dal governo borbonico, fu tra i giovani attivisti anarchici.
Giovanissimo, pur se avviato a brillante carriera come poeta e letterato albanese, morì improvvisamente il 31 dicembre del 1842, lasciando ai familiari ed alla cultura albanese un grande vuoto. Di lui fece uno splendido necrologio il vate arbëresh Gerolamo De Rada, il quale, sulla rivista ottocentesca cosentina “Il Calabrese”, così annunciò la sua morte: “Nell’ultimo giorno del 1842 è morto in Cerzeto villaggio albanese Luigi Petrassi. S’egli è vero che la fede nella virtù e la costanza nel culto della medesima formino la nota distintiva de’ popoli civili in opposizione alle velleità della barbarie, la Calabria ha perduto in esso uno dei pochi giovani di cui più s’onori. A me combattuto da tristi vicende la morte di lui ha rivelato quasi un mondo di pene, che a sé tutto mi volse. Ed io vado ora ritraendo in poesie fuggitive albanesi a comporre un’aggiunta a canti di Milosao. Se questa che metto in luce tradotta, e ch’è prima di esse, fia riguardata come segno dell’amore che lega nel bene noi tutti ovunque siamo, sarò compensato del mio dolore. Non dubito poi che lieto arrivi ai mani dell’amico un verso qualunque in quel gentile idioma ch’è parlato dalla sua patria superstite, e ch’egli stidiossi a far crescere in bella pianta nell’ospitale suolo dell’Italia.”
Posteraro Paolo,
di Cavallerizzo di Cerzeto, nacque il 29 agosto 1844, da nobile e ricca famiglia. Avviato fin da giovanissimo agli studi classici, dimostrò grandi capacità nello scrivere e nell’eloquio. Allievo prediletto di Vincenzo Padula nel liceo di San Marco Argentano, tra il 1861 e il 1862 fu anche allievo di Alfonso Marchianò nella scuola umanistica fondata da Francesco De Sanctis a Cervicati.
Successivamente si trasferì a Cosenza per frequentarvi la scuola di chimica e fisica retta dal professor Benedetto Vitelli e l’anno dopo, andò a Napoli a frequentarvi la facoltà di medicina e chirurgia, conseguendo la laurea a pieni voti e in soli quattro anni, guadagnandosi la stima dei docenti e dei colleghi.
Avviato ad una splendida carriera nella città partenopea, preferì tornare nel proprio villaggio, occupandosi prevalentemente della cura dei più bisognosi e richiesto dalle famiglie più ricche del circondario.
D’indole riservata, era stato educato agli ideali progressisti dal padre, dai fratelli maggiori e dagli zii che, nel 1848, avevano partecipato ai moti rivoluzionari per l’ Unità d’Italia e che si erano distinti tra le camicie rosse di Garibaldi nel 1860.
Partecipò a numerose battaglie per far si che le contrade montane della provincia di Cosenza avessero dignità e parità con le altre d’Italia ed accusava apertamente la monarchia sabauda di aver abbandonato il meridione d’Italia al proprio miserevole destino. Repubblicano convinto fondò, assieme a Silvio Mayerà di Cerzeto, un cenobio intellettuale di ispirazione massonica affinché gli ideali della libertà e dell’uguaglianza tra gli uomini fossero di pubblico dominio.
Ammalatosi improvvisamente di tumore, dopo alcuni mesi di sofferenza morì a Cavallerizzzo nella sera dell’8 dicembre 1892.
Santori Francesco Antonio,
nacque a Santa Caterina Albanese nel 1819 e morì a San Giacomo di Cerzeto nel 1894. Di famiglia poverissima, prese i voti monastici e abbandonò il nome di battesimo Paolo, per prendere quello di Francesco nell’ordine dei francescani.
Attento studioso degli uomini e degli eventi del suo tempo, fonte permanente dell' ispirazione delle sue maggiori opere letterarie.
Costruì alcuni oggetti di uso comune (come la spoletta del telaio e un arcolaio a canne multiple), che andava vendendo tra le famiglie arbëresh, spingendosi fino a Spezzano Albanese e a San Demetrio Corone.
Il vescovo di San Marco Argentano, gli affidò la parrocchia di San Giacomo di Cerzeto. Qui compose la maggior parte delle sue opere (rimaste in buona parte inedite). Egli traeva ispirazione direttamente dal popolo, dal quale raccoglieva gli spunti poetici e le storie, per poi renderle più artistiche ed imporre ai giovani che le imparassero a memoria.
Il Santori fu uno dei più poliedrici artisti della cultura ottocentesca arbëresh. Inventore di un proprio alfabeto, scrisse le sue opere in lingua albanese e fu stimato dalla critica come padre delle nuove correnti naturalistiche - romantiche. A lui si deve il primo romanzo in lingua albanese ed il primo dramma.
Le sue opere sono: “L’Emira”, dramma; “Il Canzoniere albanese”, raccolta di canti popolare;” Alessio Dukagjino”m melodramma; “Kolluqi e Serafina”, romanzo in lirica; “Fillaredhi, Zarja e Millja”,romanzo in lirica ; Milloshini, Virgjnia e Kusari”, romanzo in lirica; “Il prigioniero politico”, saggio-storico; “Valles e hares e madhe”, romanzo; “Familia Pushteriote”, novella drammatica.
Stamile Carmine,
nacque a San Giacomo di Cerzeto il 16 luglio del 1933, da Giuseppe e Maria Elvira Sarro. Dopo la scuola elementare ha abbandonato gli studi per frequentare la bottega di falegname del padre. All’età di 17 anni, aiutato dal prete del paese, don Edmondo Stabene, riprende gli studi e nel 1957 consegue la maturità magistrale.
Nel 1960 assieme all’amico d’infanzia Carmelo Candreva fonda il centro di cultura Popolare, operando per l’alfabetizzazione degli adulti, oppressi da un endemico analfabetismo e, per la maggior parte, monolingui albanesi. Nel 1964 vince il concorso magistrale e incomincia ad insegnare nelle scuole elementari. L’amore per la propria cultura lo ha spinto a inserire, tra le materie d’insegnamento, anche la cultura e la lingua albanese.
Nel 1971 ha raccolto dalla voce popolare e, successivamente pubblicato, l’opera “Kënga e Shën Gjergjit” (Il Canto di San Giorgio), attribuito al Variboba. Assieme al compianto Carmelo Candreva ha pubblicato l’opera “Sperimentazione didattica in ambiente bilingue arbëresh”, frutto di anni di lavoro nella scuola elementare di San Giacomo.
Nel 1985 ha curato la traslitterazione e l’analisi critica dell’opera di Francesco Antonio Santori “I tre Romanzetti: Coluccio e Serafina; Filaredo, Rosaria e Emilia; Miloscini, Virginia, Guido e il Ladrone”, assieme ai colleghi Italo Costante Fortino e Ernesto Tocci.
Ha collaborato con l’A.I.A.D.I. (Associazione insegnanti albanesi d’Italia) per la realizzazione del volume Alfabetizzazione Arbëreshë. Inoltre, da anni sta portando avanti il progetto per la creazione di un museo delle tradizioni popolari di San Giacomo di Cerzeto.
Stamile Giovanni Francesco,
di San Giacomo di Cerzeto, nacque nel 1820. Intimo amico di Gerolamo De Rada, con il quale divenne compare, e di Francesco Antonio Santori che, in qualità di amministratore comunale, volle come prete a San Giacomo.
Lo Stamile fu uno degli intellettuali più freschi dell’epoca, capace di sostenere le cause politiche in difesa dei più deboli e per il miglioramento delle condizioni economiche della sua gente.
Attivo sotto il profilo letterario, ebbe una grande corrispondenza con la contessa austriaca Knorr, alla quale spesso faceva leggere i suoi scritti per un giudizio critico.
Per le sue idee liberali e riformatrici fu arrestato nel 1848, sospettato dalla polizia borbonica di appartenere ai circoli carbonari della provincia.
La sua avventura politica ispirò l’opera del Santori “Il prigioniero Politico” ed una lunga lettera del De Rada dove si esprimeva un parere sulla condizione politica del regno. Pubblicò anche un foglio letterario che ebbe una diffusione locale e di cui oggi non si ha più traccia, così come tutta la sua opera.





